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Gli
anziani recuperano talvolta una funzionalità sociale, una ragione di
vita, proprio perché perdono la loro qualità di adulti maturi e pertanto
costituiscono una condizione neutra, una dequalificazione caratteriale.
La storia degli statuti sociali degli anziani è, quindi, molto ricca e
variata, secondo le curve di una relatività culturale mutevole nei
tempi.
Se da
questi preliminari che riguardano le società arcaiche si passa alle
società attuali occidentali, il problema si ripropone in ulteriori
complessità, in dipendenza dei mutamenti che hanno dato origine alla
cultura postindustriale dell'Occidente. Anche qui, in linee molto
generali, va distinta la sorte degli anziani nei grandi contesti urbani
da quella che tocca loro nei piccoli centri e nella estesa periferia
rappresentata dalle aree residue di cultura pastorale e contadina.
In queste ultime si è verificato il drammatico declino della struttura
familiare di tipo patriarcale e, in conseguenza, i ruoli che in quella
struttura erano tradizionalmente assegnati ai vecchi sopravvivono in
forma molto labile, e tuttavia attribuiscono ancora agli anziani un
residuo di riconoscimento e di autoriconoscimento all'interno del
gruppo.
La
collocazione dell'anziano nella città, pur assoggettata a un arco molto
vasto di personali soluzioni, era e resta molto diversa da quella
indicata per le aree di matrice rurale-pastorale. Nella città più
incidente è la frammentazione del nucleo familiare, che non riesce più,
ormai, a inventare soluzioni per l'età avanzata nel suo seno.
L'autonomia dei figli e il loro distacco dal nucleo è fenomeno di vaste
proporzioni, che ha definitivamente obliterato la vecchia immagine della
famiglia allargata presente fino allo scorso secolo in città, e tuttora
riscontrabile all'interno delle residue aree contadine. D'altra parte
l'anziano nelle città non fruisce del sostengo di una solidarietà
collettiva di gruppo che era legata, nelle culture di villaggio, a
luoghi classici e delegati, quali l'osteria o il campo di bocce o la
piazza del paese o il circolo formato da anziani.
Nella città si spiega così il corrente ricorso al ricovero delle persone
che perdono significato perché prive di capacità produttiva; e si
spiegano la frequente ospedalizzazione e le numerose serie di tentativi
di recuperare gli anziani ad una loro socializzazione attraverso una
particolare pedagogia dell'età adulta che ridia significato
all'esistere. Un elemento disturbante la costruzione di una tale
diagnosi sta in uno degli aspetti correnti e preoccupanti del nostro
tipo di società che, sotto alcuni profili, è diventata un'organizzazione
gerontocratica, quando si abbia presente l'età delle élites dirigenti,
spesso di molto superiori, per anni, al periodo della maturità.
Tuttavia
questo fenomeno gerontocratico, che sembra creare una netta
interdipendenza fra senilità e capacità dirigenziale e politica,
appartiene a margini molto ristretti dell'intera popolazione anziana e
certamente non costituisce, nei riguardi di quest'ultima, un elemento
qualificante. La società post industriale ha fatto dell'anziano una
specie umana sui generis, che per molti versi è emarginata in un
abbandono quasi totale anche all'interno degli ospizi e dei gerontocomi,
contrabbandati sotto l'etichetta di case di ricovero per gli anziani.
Parallelamente, per sanare un profondo senso di colpevolizzazione, ha
costituito una rete ansiosa e protettiva intorno agli anziani facendone
oggetto di studi, di statistiche, di minute misurazioni e ricerche sul
campo. E' evidente che questa corrente situazione ingenera nei vecchi
una sensazione corrente di inutilità culturale che invano si tenta di
compensare e sanare.
Probabilmente le forme di soluzione di un problema che investe sempre
più la nostra struttura demografica è a monte dell'emarginazione e
dell'ansia protettiva, che passa attraverso studi e convegni. Se sono
venute meno, nello sviluppo storico e sociale, le condizioni che in
molti casi riconoscevano un ruolo all'età avanzata (e le abbiamo
segnalate soprattutto nel mondo contadino), l'avvio al superamento di
una condizione precaria e incerta, quale è quella attuale,
significherebbe individuare i prelimini socio culturali di una crescita
e riattribuzione di ruolo ad una senilità che ne è stata deprivata.
Un'ottica storicistica avverte subito gli aspetti di artificiosità e di
innaturalezza che qualificano troppo spesso attuali tentativi di
ristrutturazione di funzioni degli anziani soprattutto nelle società ad
alta evoluzione industriale. Certamente illusorie sono le proposte di
alcuni tipi di società statunitensi che guardano al superamento degli
impatti segnalati attraverso una pseudo-collettivizzazione degli
individui di età matura che dovrebbero superare il dramma del tempo
trascorso attraverso l'adeguamento falsante ai giovani, in circoli e
associazioni, allargamento diffusi in America, nei quali gli anziani
"fingono" di tornare agli anni verdi attraverso il ballo, i giochi
talvolta infantili, gli stucchevoli innamoramenti.
Forse un
avvio alla soluzione corretta è la presa in considerazione, in analisi
il più possibile personalizzate, del vissuto individuale del vecchio o
di gruppi di vecchi nel mondo in cui vivono e nell'autosservazione dei
propri atteggiamenti vitali in presenza dell'ambiente. Molto spesso
questi vissuti - soprattutto quando non si inseriscono in quadri
patologici che possono essere presi in considerazione soltanto dalla
geriatria - contengono notevoli potenziali che bisogna liberare
dall'azione frustrante dei pregiudizi fioriti intorno alla vecchiaia,
ampliando le autodifese connesse al superamento degli stati depressivi e
dell'identificazione della senescenza con un inesorabile status a sé,
prelimine della morte, e non invece inteso come un naturale sviluppo
della curva fisiobiologica.
E'
certamente un compito molto arduo che esigerebbe l'intervento di équipes
di assistenti seriamente preparati e disponibili alla elasticità delle
metodologie antropologiche. Ma è un discorso che bisogna decidersi
necessariamente ad aprire a motivo del crescente tasso di invecchiamento
di una società che, per una serie di motivi qui non affrontati e
soprattutto in relazione ai correnti presagi di apocalissi demografiche,
si prepara ad essere sempre più una società prevalentemente senescente,
con il rischio di accedere a strutture gerontocratiche e depauperare le
energie giovanili. Gli anziani ed il tempo libero.
La
disponibilità di tempo libero e il modo in cui questo viene impiegato
sono tra gli indicatori più significativi della qualità della vita. Nel
caso degli anziani il tempo libero diventa il canale privilegiato, se
non unico, di intervento, essendo la loro condizione caratterizzata in
prevalenza dalla inattività e/o solitudine ed essendo l'anziano ormai
privo di punti di riferimento istituzionali (scuola, ambiente di lavoro,
ecc.) all'infuori della famiglia che, quando è presente, non può
comunque, nell'attuale struttura sociale, dare una risposta
soddisfacente. Affrontare il problema del tempo libero vuol dire farlo
in modo costruttivo e rinnovatore, un tempo liberatorio contro la
passività e l'espropriazione dell'individuo, un tempo volto a rivalutare
i rapporti umani, che valorizzi la collaborazione, la convivialità, la
socialità.
I miti
dell'efficienza, della produttività, del consumismo, della estrema
giovinezza sono soltanto alcune delle cause che rendono "vuoto" il tempo
libero degli anziani, concetto quest'ultimo che richiama un'immagine
riduttiva, disimpegnata, consumistica e di evasione che mal si adatta ad
una realtà in cui tale tempo diventa sempre più ampio. Sarebbe forse più
giusto parlare di "uso del tempo" cercando di mettere in discussione,
liberandosene, le tradizionali scansioni del ciclo vitale in cui il
tempo dello studio e della formazione, quello del lavoro e quello del
tempo libero appartengono, in modo pressoché totalizzante,
rispettivamente al giovane, all'adulto e all'anziano. In una società in
cui l'anziano è spesso condannato ad un ruolo passivo, svuotato di
possibilità concrete di emancipazione e incidenza sociale, è necessaria
la creazione di spazi per costruire e vivere con dignità e libertà la
propria anzianità: lo "spazio culturale" costituisce uno spazio
privilegiato in questo lavoro di riappropriazione della vita. |